Non so fare i reel, ma so scrivere pagine che fanno male

Mi chiamo Margherita, e non so fare i reel. Mi piace scrivere e creare storie. Ma oggi, a quanto pare, non basta più.

 

 

Ci ho provato, giuro.

Ci sto ancora provando.

Ho imparato a montare video verticali, a sorridere in camera mentre reggo un libro, a scegliere il font più carino. Ho cercato l’orario giusto per pubblicare. Ho tenuto conto del fuso orario, del trend sonoro, dell’algoritmo, dell’insight.

Poi, a un certo punto, ho pensato: ma io quando scrivo?

Non è una frase da boomer. E non è neanche un lamento.

È una domanda vera, e anche un po’ dolorosa. Perché da quando ho pubblicato per la prima volta con una CE – un romanzo, una raccolta di racconti, un racconto su una rivista, e un album da colorare antistress, per non parlare di Wattpad! – ho passato più tempo a cercare di rendermi attraente per il web che a occuparmi della scrittura. E questo, per chi è nato con la testa tra le pagine e non tra i filtri, è una piccola ferita quotidiana.

Mi chiamo Margherita, e non so fare i reel. Mi piace scrivere e creare storie. Ma oggi, a quanto pare, non basta più.

 

Il diktat dell’intrattenimento: se non balli, sparisci

Scrivere non è più (solo) scrivere. È diventato un format. Un contenuto. Un’occasione per “fare engagement”.

Ti insegnano a spezzare il testo per Instagram, a usare i sottotitoli per TikTok, a trasformare anche la tua fatica in una narrazione vendibile. Ma cosa succede quando quella fatica ti toglie ispirazione, e ti risucchia in un vortice senza fine? Quando la pagina che hai scritto fa male, e non ha alcun ritmo da montare sopra?

Negli ultimi mesi ho provato a promuovere il mio album da colorare – sì, perché offline le cose non vanno tanto meglio! – su Instagram e TikTok.

L’ho fatto mostrando bozze, sfogliando lentamente le pagine, registrando me stessa mentre facevo l’unboxing delle prime copie.

Il risultato? Una discreta visualizzazione, qualche like, e un senso di svuotamento che è rimasto in sottofondo. Amaro, come la cicoria selvatica.

Perché ogni minuto dedicato a creare contenuti è un minuto in meno alla scrittura. E perché per me, scrivere non è un hobby da impacchettare in chiave pastel-aesthetic. È il modo che ho per stare a galla, respirare, unire mare, terra e cielo.

 

Pagine che fanno male: quando la scrittura non è “instagrammabile”

Ci sono testi che non si possono riassumere in un reel. Non funzionano con l’hashtag #booktok.
Non commuovono in sette secondi. Alcune pagine fanno male. Devono fare male.  Parlo di quelle in cui l’autore ha scelto di non edulcorare. Di dire la cosa scomoda. Di scavare e toccare nervi nascosti.

Scrivere, per me, è questo. È fare i conti con la memoria, con un’infanzia che per altri non lo è.
Con il passato che si incastra tra le dita e non ne vuole sapere di andarsene. È raccontare anche quando non ti conviene, anche quando il lettore potrebbe girarsi dall’altra parte. Fargli vedere che esiste una sfumatura. È mettere a nudo un sistema malato, un’ingiustizia taciuta, un segreto bello o brutto – e vedere fin dove il lettore ha guardato oltre.

E in tutto questo, chi ha voglia di aggiungere una canzoncina di sottofondo e scrivere “link in bio”?

La verità è che io non voglio rendere digeribile ciò che per me è stato indigeribile. Voglio raccontarlo. Voglio scrivere pagine che fanno male. Anche se non fanno engagement.

 

Contro il formato, contro l’algoritmo: rivendico la scrittura inutile

Non sono contro i social. Mi piacciono e per me sono stati una rivoluzione in positivo. Sono su Threads (che sto adorando tanto!), su TikTok, ho un blog, ho pubblicato testi con altri e da sola.

So cosa significa analizzare gli orari migliori, il tipo di contenuto che funziona, le parole chiave per finire nei feed giusti delle persone giuste. L’ho fatto, e continuerò a farlo.

Ma oggi rivendico una cosa semplice: la possibilità di scrivere senza dover sempre rendere utile la scrittura.

La scrittura può anche non servire. Non consolare. Non vendere. Può far male. Può essere opaca.
Può essere una pagina scritta senza pensare a come “raccoglierla” in un carosello.

Può essere libera.

E allora, questo è il punto: io non li so fare i reel. Ma mi piace scrivere. E mi interessa restare fedele a quello che ho scelto di essere, con quelle risposte salde in mano che in un passato lontano erano solo domande e tanta rabbia.

 

Conclusione: preferisco brillare lentamente e illuminare gli altri

Qualcuno dice che oggi sia meglio “bruciare”. Che bisogna fiamme ardenti, emergere, farsi notare, esserci. Ma io, lo confesso, preferisco brillare lentamente. E magari, nel frattempo, illuminare gli altri. Illuminare quando scrivo storie. Illuminarmi quando leggo altri. Splendere di gioia, di rabbia, di frustrazione, di bellezza, di malinconia. Ricordare quali doni mi sono stati dati senza chiedere nulla in cambio. Anche se questo mi rende meno presentabile. Meno ottimizzata. Meno performativa.

Le pagine che fanno male sono quelle che non li dimentichi. Quelle che non puoi raccontare in un reel o tiktok da quattro secondi. Quelle che ti restano addosso, come le cicatrici.

E se questo significa non diventare virale, pazienza. Almeno, resterò vera. E continuerò a scrivere. Qualcuno, un giorno, se ne accorgerà. Lontano dai feed, senza filtri, senza loop da tre secondi.

 

Articolo a cura di Margherita Cucinotta

Lascia un commento